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LEGGENDE


Coi Santi non si scherza
Tito Beretta


Sul pendio erboso e quasi tutto Prativo che, dalle falde del Pizzo Molare, discende, dolce e vario, verso il villaggio di Leontica in valle di Blenio, vi è una località, con due o tre cascine e colle tracce appena visibili di altrettante distrutte, chiamata da quei montanari: «Tecc brúsou» (stalla bruciata). Appellativo questo che deve certo ricordare qualche incendio disastroso o qualche fatto luttuoso che una leggenda locale racconta presso a poco cosí: Era l'agosto, e già passata l'epoca solita della fienagione in quei paraggi, e il tempo, ostinatamente piovoso e variabile, obbligava quei buoni terrieri a prolungare insolitamente il loro nomadismo lungo la montagna, per la raccolta del fieno nei diversi monti. A "Tecc brúsou" il fieno era ormai tutto tagliato, e nelle scarse ore di sole, col nome di secco, era stato messo al coperto, e tutti erano saliti ai monti superiori. Una donna sola, meticolosa e un po' taccagna, che non voleva metter nel fienile neppure un pugno d'erba che non fosse ben secca, aveva ancora quasi tutto il suo fieno all'aperto, disteso o a mucchi. Mentre aspettava il sole e d'in sull'uscio della sua baita scrutava il cielo e le nubi persistenti, sgranava il suo rosario e mormorava Avemarie con tutto il cuore, per implorare il bel tempo, prima che il suo fieno le andasse a male. Era la vigilia di S. Lorenzo ed ella, pensando che il gran Santo della graticola dovesse e potesse esaudirla, promise, in onore di Lui, un bel pezzo di burro dell'alpe per la lampada del Santissimo Sacramento in Parrocchia, se nel dí della sua festa avesse fatto splendere il sole tanto desiderato. A quei tempi, almeno nei paesi di montagna, la sacra lampada si alimentava col burro che i buoni terrazzani portavano per turno o per voto. E il giorno di S. Lorenzo eccoti un cielo tersissimo e un sollione magnifico e cocente. Il fieno, prima ancora del mezzodí, fu quasi tutto secco che a smuoverlo andava in bruscoli. La donna non ebbe tempo, quel giorno, di accendere il fuoco nell'apposito angolo del fienile e di cuocere le solite patate per il desinare. Trangugiò in fretta un po' di pan nero e cacio con qualche sorso d'acqua fresca, per darsi tutta e subito a tirar dentro il suo fieno, che assai prima del tramonto fu tutto in cascina in un bel mucchio grande, odoroso. Rassettato per bene il fienile, la donna mangiò di gusto e contenta una fetta di polenta fredda della sera innanzi. E intanto che si rifocillava e riposava un poco, quasi pentita della promessa fatta a San Lorenzo, andava studiando qualche buon pretesto per dispensarsene. Dopo tutto, il Santo si era fatto pregare a lungo, e il bel tempo, dopo tanto piovere, doveva alfine venir lo stesso. E ruminando questi malaccorti pensieri, era venuta caricando nella sua gerla i suoi arnesi e il fagotto delle sue robe. Data un'ultima occhiata al bel mucchio del fieno, chiuse la cascina e, quasi saltellando dalla soddisfazione, prese a scendere per il sentiero erboso, canticchiando su di un'arietta popolare e come in tono canzonatorio: «San Lurenzin, San Lurenzet ades ch'ulfegn l'è int bel sech, da me bútir tu nun fei slech!». (San Lorenzino, San Lorenzetto, adesso che il mio fieno è in cascina bell'e secco, del mio burro tu non ne gusti). Ma ecco che, dopo pochi minuti, giunge a lei un forte odore di bruciaticcio, e poi come un ululo di vento e qualche scricchiolio sordo. Si sofferma, guarda attorno, e cosa vede? La sua cascina è in preda ad alte fiamme: il tetto pencola e poi sprofonda entro i muri; una enorme colonna di fumo sale nel cielo terso a velare quasi il sole che tramonta. Povera donna! Addio raccolto tanto sudato! Addio cascina! Addio soggiorno autunnale della vaccherella! Addio vaccherella per cui non avrà più fieno abbastanza! Ella abbandona sul sentiero la gerla e i suoi arnesi e corre su verso la stalla in fiamme gridando: «Aiuto! Aiuto! Al fuoco! Al fuoco! ». Il pendio è deserto: nessuno la ode, e il terribile elemento compie rapido e inesorabile l'opera sua. Ella vorrebbe fare l'impossibile; ma il fuoco le si appiccica alle vesti. Come pazza, allora si dà a correre per la prateria, gridando e smaniando. Alcuni intanto, attratti dal denso fumo che sempre saliva, sono accorsi dal monte più vicino, e, poco lungi dal mucchio di fumanti rovine, raccolgono, atterriti, la povera donna orribilmente ustionata che geme pietosamente, ridotta quasi in fin di vita. Nei due giorni che ella sopravvisse nel suo letto, tra gli spasimi atroci e nei deliri della febbre, poté narrare scon- nessamente la sua terribile disavventura. In paese e fuori si fece un gran parlare dei triste caso, delle cause inesplicabili dell'incendio che aveva dei mistero, dato che la donna, quel giorno, non aveva acceso fuoco nella cascina. E più d'uno, sul racconto fatto dalla donna stessa, ebbe a sentenziare: «Coi santi non si scherza! ».

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