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L'alpe della Greina
Walter Keller


Chi dalla Val Camadra, attraverso il passo della Orcina, scende nei Grigioni, si sarà di sicuro fermato ad ammirare la selvaggia bellezza della natura, senza pensare che una volta tutte quelle pianure, ora ricoperte di soli sassi e muschi e abitate da camosci e marmotte, erano pascoli fertili e un alpe fra i più belli di quella regione. L'alpe della Greina (così si chiamava) era quello che più rendeva agli alpigiani, sia in quantità e qualità dei prodotti del latte, come per la comodità per le mandre di accedere alle vaste pasture, tanto che in autunno erano le vacche più belle e grasse che scendevano al piano. I numerosi viandanti che passavano da quelle parti sapevano pure che non si poteva trovare gente più ospitale degli alpeggiatori della Greina. Nessuno era passato di là senza gustare una tazza di latte tiepido o trovare un giaciglio per riposare, se la notte si avvicinava. Ma un inverno venne a morte il vecchio casaro e lo dovettero sostituire. li nuovo era tutto l'opposto del suo predecessore, sia di animo come di carattere. Tirchio e rozzo, volle cambiare le vecchie usanze. D'allora in poi tutto fu rifiutato in malo modo ai poveri viandanti. Una sera, finiti i lavori, mentre il casaro stava raccontando ai pastori come, grazie al suo sistema di governo, si potevano fare maggiori guadagni con minor disturbo e criticava il suo predecessore, si presentò una donna a chiedere ospitalità e ricovero per quella notte. Il tempo non lasciava presagire nulla di buono, tante erano le nubi che andavano accumulandosi nel cielo che si faceva nero sempre più. E la donna era vecchia e portava per di più un sacco che doveva pesarle assai, ed essa «non si sentiva di proseguire il viaggio». Così disse al casaro, il quale, mentre la vecchia parlava, già meditava il modo di disfarsi dell'importuna con un tiro che, secondo lui, doveva servire di lezione a tutti quei passanti che avessero avuto il coraggio di disturbarlo. Disse dunque alla donna: «Mi spiace tanto di non aver nulla da darvi per la cena, ma un posto per passare la notte farò il possibile di procurarvelo, aspettate». Detto ciò, mentre la vecchia si sedeva vicino al fuoco, ripulì ed asciugò la caldaia più grande, vi mise dentro il sacco che la vecchia aveva deposto in un canto e la invitò ad entrarvi, assicurandole che avrebbe trascorso una notte tranquilla. Poi, imitato dai pastori, si coricò lui pure. Intanto il temporale si era scatenato; lampi e tuoni si succedevano con un frastuono assordante e l'acqua cadeva a fiumi. Di lì a un po' di tempo, quando il fuoco era quasi spento e il rumore del temporale si era fatto assordante, ecco il nostro uomo rizzarsi in piedi e avvicinarsi pian piano al fuoco, ravvivarlo un poco per illuminare debolmente la cascina, poi gettare un fascio di sterpi sotto alla caldaia che fungeva da letto, e con un ramo resinoso dar loro il fuoco. Poi tornò a sedersi sul suo giaciglio per godersi lo strano spettacolo, frutto del suo tristo giuoco. La vecchia si svegliò, starnutì per il fumo e, accortasi dell'inganno, balzò a terra con molta agilità, prese il sacco e chiamò aiuto. Una risata ironica fu la sola risposta. Furibonda di essere burlata, la donna corse alla porta e, rovesciando il contenuto del sacco per terra (era pieno di grani di miglio), esclamò: «Passeranno tanti anni quanti sono i grani di miglio che getto a terra, prima che in questo alpe cresca ancora un filo d'erba, per punirvi della vostra malvagità! ». Ciò detto, scomparve nella notte. Alla mattina, svegliandosi, il casaro corse alla porta. li temporale era cessato ed il sole splendeva in un cielo terso, illuminando un triste spettacolo. Tutto era franato, la mandra scomparsa, travolta con tutto ciò che di bello e di buono c'era nell'alpe, e lo sciagurato si accorse esterrefatto che le sue belle pasture non c'erano più.

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