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La filatrice di Curterio
Rocco Degiorgi


Le nostre nonne che, cento e più anni fa, filavano lino, lana e canapa, La sera, alla fioca luce del lumino ad olio di noce, tappate nelle basse «stuve» di legno, ben riscaldate dalle vecchie «pigne» di sasso, s'attardavano a filare ed a torcere nelle veglie delle lunghe notti invernali. E, poiché gli orologi non c'erano ancora, si affacciavano di tempo in tempo alla finestruola per cercarvi, se il cielo era sereno, in questa o in quella costellazione l'ora, che sapevan stimare con tale precisione da far stupire adesso ancora, abituati come si è a consultare in ogni occasione il quadrante d'un orologio portato immancabilmente al polso. Generalmente il loro cronometro eran le Orse, sulle quali non sbagliavan mai. Talvolta il sonno e la fatica vincevan la buona volontà e le palpebre, accarezzate da un velluto tentatore, si cercavano a vicenda ed il filo ricopriva il rocchetto con rigonfiature ineguali, che avrebbero poi fatto arrossire la povera, stanca filatrice. Meglio allora smettere, e riposarsi fino al mattino. Ma il sabato sera ed ogni vigilia di solennità religiose le donne si attenevano scrupolosamente alla lettura degli astri per non inoltrarsi col lavoro nel giorno festivo. C'era però sempre qualche pecora nera nel gregge delle bianche, che protraeva la sua faticosa giornata fino alle ore piccine del giorno riservato a Domineddio, ed era per questo segnata a dito siccome puzzante di eresia, come avvenne per la vecchia Pirla di Curterio, che viveva sola nella sua catapecchia sullo storico colle, allora ancor frazione con una ventina d'abitanti. Orbene la Pirla si faceva beffe dei santi timori delle comari e filava, forse anche per scontroso dispetto, il lino e la sua canapa fin quando le Orse (i Fale) già presso a trarnontare, le dicevan che mezzanotte era passata da un pezzo, ed il lavoro del di festivo poteva portarle, o presto o tardi, qualche grave castigo. Talvolta quando il sagrestano di Torre, frettoloso ed infreddolito, andava a suonar l'Ave Maria scorgeva lassù fra i castani brulli il lumino della Pirla che ancora vegliava, intenta al suo lavoro ed incurante del terzo comandamento. Ma tale ostinata profanazione doveva pure, un giorno o l'altro, avere il suo esemplare castigo, ricordato timorosamente nei secoli. Era la sera del 5 gennaio 16... e la Pirla si sedette come di solito, dopo la povera cena di latte e castagne, sul basso sgabello, con le spalle contro la stufa e davanti il «firill» vecchio più di lei, decisa a filare quella notte una gran cavagna di lino, portato da alcuni Cruaronl in cambio d'un egual peso di noci secche e croscianti. Notte calma e serena, quella: la rubiconda faccia lunare pareva sorridere soddisfatta sulla distesa nivale, che brillava cristallina tutt'intorno, ed i Re Magi, dall'alto delle gibbose cavalcature, potevan giungere senza fatica alle finestre dei bimbi buoni a deporvi sui davanzali i poveri doni, e poi allontanarsi senza fiatare tra il dondolar di cammelli e dromedari... Sognavano i bimbi la santa carovana che veniva dall'Oriente magico al richiamo delle loro innocenti e fervide preghiere, mentre frullava lassù a Curterio, con iroso gesto della filatrice, il mulinello della Pirla. ... Una raffica di vento gelido scosse i primi larici, scese poi giù per il castagneto schiantando qualche ramo meno solido e tarlato, ed ululò sinistro per le viuzze di Curterio, con impeto robusto contro porte ed impannate: e ben distinta echeggiò nel freddo sereno una voce misteriosa: "Tant creut e tant mórt! ... " (i «creut» sono le nocche delle dita. Tante nocche, tanti morti, quindi) ... «Tant porsc e galin de Torr .. » rispose pronta di ripicco la Pirla, più seccata che spaventata: tanti maiali e tante galline di Torre. Ma tuttavia un vago timore la prese e depose la conocchia sul mulinello. Attizzò il lucignolo per contemplar meglio il lavoro maledetto, poi insalivò la punta di due dita, con le quali spense l'umile lampada e si rannicchiò sulla «pigna» per dormire. Invano Stefano Pagano, campanaro, aspettò lo svegliarono del gallo per dare il tocco dell'Ave Maria innanzi all'alba!... E quale non fu lo stupore ed il dolore dei torriani trovando al mattino nel sottoscala di cucina un'ecatombe di polli, e, nei porcili, lunghi e stecchiti tutti quanti i maiali grandi e piccoli: come nell'ultima piaga d'Egitto una mano vendicatrice aveva colpito nella notte quelle innocenti bestie di Torre. Molte congetture s'andarono facendo, ma nessuna, nemmeno lontanamente, rifletteva la verità. E la Pirla, che poteva svelare l'enigma, tacque. Non per sempre, però; in quanto lo confessò in extremis alcuni anni dopo, prima di lasciare questa povera terra. Da allora in poi nessuna filatrice, per parecchie leghe d'intorno, sfidò la pazienza celeste col profanare le prime ore della Santa Epifania. «Tant creut e tant mórt ... » rimase un monito terribile con il quale nessuno osava scherzare né cimentarsi. Ed i Tre Re orientali continuarono ogni anno, nella notte sul 6 gennaio, a cavalcare indìsturbati i loro cammelli ed i loro dromedari accompagnati dal regale seguito, silenziosi e senz'orma, come fanno le ombre ed i sogni, fermandosi alle finestre dei bimbi buoni, segnate da zoccolette e ciabatte in attesa, e dove di dentro nei tiepidi lettucci gl'innocenti e creduli bambini aspettano sognando fino all'alba «il nulla d'oro, legato in argento».


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